In un paese come Castel di Lucio parlare di "centro" potrebbe risultare improprio, date le piccole dimensioni dell'abitato, Tuttavia, se per centro intendiamo il luogo in cui si svolge la vita sociale ed economico del paese, Castel di Lucio ha senza dubbio il suo centro in piazza Umberto, una sorta di confluenza naturale dei due promontori sui quali il paese si é sviluppato. Qui, in piazza Umberto, c'è la Chiesa Madre, da qui si dipartono le vie cittadine, da qui cominciamo il nostro breve itinerario in paese. Ovviamente da percorrere interamente a piedi.

La chiesa sorge là dove esistevano già un tempio mariano, Santa Maria dell'Odigitria, e una chiesa dedicata ai santi Luca e Biagio. Nella seconda metà del Seicento le due chiese furono accorpate e fu edificato un tempio a tre navate a croce latina, successivamente arricchito da  una cupola ottagonale e dal campanile squadrato. Delle due antiche chiese ci sono i resti delle strutture murarie ancora visibili accanto il portone di ingresso della navata principale e nella navata laterale di  destra.  Entrando in Matrice si resta quasi abbagliati dalla luce riflessa dalle candide mura della navata centrale, separata dalle due laterali  da una serie ai archi. Il  nostro sguardo sembra essere indirizzato verso l'altare, ma è proprio nelle navate laterali che bisogna spostarsi per scoprire i veri tesori di questa chiesa.  Innanzi tutto la Cappella del Santissimo Sacramento, a sinistra dell'altare maggiore, dove si trova un trittico marmorea attribuito alla scuola del Gagini scolpito in un unico pezzo di marmo. Fino a qualche decennio fa non era passibile apprezzare il "calore" che l'artista aveva saputo attribuire a questa pietra, di per sé fredda, facendo vivere nelle sculture ricavate nelle nicchie momenti di estrema intensità religiosa. Non era possibile perché come spesso è avvenuto nelle chiese italiane, qualche incauto parroco aveva fatto rivestire di vernice l'intera scultura. Per fortuna le perle non stanno mai nascoste troppo a lungo!

Castel di Lucio è una comunità che, negli anni, ha visto i suoi componenti lasciare il paese per andare a cercare lavoro fuori. Ma l'attaccamento con le proprie origini non è mai scemato. Se ne ha conferma nei tanti "doni devozionali" che i castelluccesi hanno fatto alla Chiesa Madre, tra cui, in ultimo, un affresco che riempie di colore le bianche mura della cappella del Santissimo.

Proprio a ridosso di questa cappella non potrà passare inosservata un trittico ligneo del Cinquecento raffigurante il Cristo alla colonna e i suoi fustigatori. Oltre al pregio dell' opera in sé - di autore ignoto -incuriosisce il colore della pelle dei due aguzzini dell'Ecce Homo: sono mori!  Non di giudei o romani, dunque, si tratta, come vorrebbe il rigore storico e la tradizione, ma di mori, presumibilmente turchi, il motivo di questa "incongruenza" storica sta proprio nella storia:  a quell'epoca i turchi erano la minaccia maggiore per tutto l'occidente cristiano; pertanto, quale moda migliore per rappresentarli se non come i carnefici di Cristo!

A destra dell'altare maggiore c'è la cappella di San Placido, santo patrono di Castel di Lucio. La statua è del Seicento - anch'essa di autore ignoto - e probabilmente è stata commissionata e realizzata per l'occasione dell'elezione del martire benedettino a patrono di Castel di Lucio. A San Placido sano stati attribuiti numerosi miracoli, tra cui un fatto singolare di cui rimane traccia in un'edicola votiva a lui dedicata in un luogo battezzato "Acqua di San Placido", dove scorre una sorgente d'acqua ritenuta ancora oggi miracolosa.

Alla devozione al santo, ma anche al profondo legame al paese, sono legate le opere di Nicolò Campo, fine artista del legno castelluccese. Nella Chiesa Madre suoi sono il rivestimento della nicchia della Madonna Immacolata e il pulpito. Di grande pregio è la volta della nicchia, composta da riquadri con all'interno un fiore. Il pulpito, invece, realizzato su commissione degli emigrati argentini, oltre a impressionare per le dimensioni, è particolarmente rilevante per la precisione dei suoi intagli.

Restando in tema dl capolavori lignei, nelle pareti laterali dell'abside si conserva un settecentesco Coro che presenta una peculiarità forse insolita per l'arte sacra: i separatori dei vari scanni sono finemente intagliati con figure di draghi

Angolo dopo angolo questa chiesa non finisce di stupire: ogni nicchia, ogni parete svela veri e propri capolavori dell'arte, magari di artisti minori, ma pur sempre capolavori. É il caso della statua lignea di San Luca, "originario padrone di casa" della chiesa poi trasformata nell'odierna Matrice. Lì era collocata sull'altare maggiore, poi, nella nuova chiesa, fu spostata in un altare laterale. Successivamente - anche i santi subiscono corsi e ricorsi  storici! - scemò la devozione nei suoi confronti e la statua fu lasciata in balia dei tarli, fino a essere accantonata in un magazzino della chiesa. Oggi, grazie a una maggiore attenzione per le opere d'arte, il "San Luca" di Castel di Lucio è stato restaurato e, pur mancante delle estremità delle gambe e dei piedi interamente "divorati" dai tarli, la statua è ritornata allo splendore originario: da una nicchia, San Luca, con il suo viso beato, guarda e benedice chi, anche solo per un attimo, si ferma lì a guardarlo. Sempre all'interno della Chiesa Madre si trovano un cinquecentesco fonte battesimale in marmo (1565), una statua lignea secentesca della Madonna del Rosario e due tele del Seicento raffiguranti le Anime del Purgatorio e la Madonna delle Grazie, alla quale la chiesa è dedicata. In ultimo, menzioniamo un San Pietro dipinto a Olio su tela, presumibilmente dei XV secolo. Originariamente si trovava all'interno di una chiesa dedicata all'apostolo situata nell'antico borgo; oggi, la tela, perfettamente restaurata, fa bella mostra di sé proprio all'ingresso della Chiesa Madre.

Non appena usciti dal Duomo ci ritroviamo ancora in piazza Umberto. Costeggiando il fianco destro della chiesa, proprio di fronte, c'è l'antica chiesetta di San Giuseppe (prima Santa Maria ad Nives), trasformata oggi in una "società agricola", al suo interno è conservata una tela raffigurante il Santo Patriarca. Siamo intanto giunti in piazza Margherita (è bene non dimenticare che qui le distanze sono sempre molto ridotte e che, conseguentemente, per raggiungere un posto piuttosto che un'altro sono sufficienti poche centinaia di metri). Da piazza Margherita ci spostiamo verso il castello imboccando prima la via Rudiní e poi un reticolo di viuzze lunghe anche solo pochi metri che, tra mille scorci suggestivi, a volte intaccati dalla modernità altre volte dal tempo, ci conducono fino al Castello, o a ciò  che il tempo ha lasciato di esso. Da qui il paese, già piccolo, sembra raccogliersi nello spazio di uno sguardo; da qui le due alture di Castel di Lucio sembrano fronteggiarsi per confluire là dove la Chiesa Madre mitiga le asperità geologiche e umane. Uno sguardo a 360 gradi spazia lontano: i monti Nebrodi, verdi lussureggianti fin sulle cime, lasciano defluire le loro pendici fino al Mar Tirreno. Da quassù, nonostante siamo a soli 780 metri sul livello del mare, sembra di essere in cima al mondo. Non è facile muoversi tra le rovine dell'antico fortilizio normanno. La sua struttura lascia intendere che quella torre doveva proteggere le case sottostanti che, a ridosso, si accucciano nelle loro strette e brevi vie. I castello è stato edificato nel XII secolo da quella famiglia dei Ventimiglia che tanta gloria ha avuto nella storia normanna in Sicilia. In una suggestiva descrizione storica, il Nicotra dà notizia che il castello "era composto di due torri riunite con due mura, uno a tramontana l'altro a mezzodì: l'entrata era a lato della torre posta ad oriente, mentre da quella a ponente partiva un altro muro; e quando l'ombra della torre terminava di proiettarsi sopra di esso era precisamente mezzogiorno e perciò serviva di meridiana in ogni stagione. Da questo muro se ne staccava un altro, che girava attorno allo spazio del castello e serviva oltre che di difesa anche di cautela perché nessuno fosse precipitato dal lato boreale. Dentro la piazza del castello vi era la cisterna". Di rutto ciò, ma anche di altro, oggi rimane ben poco: resti delle opere murarie e, quasi intatta, la torre posta a oriente. Il motivo di questa "morte" va ricercato in una sorta di svendita di pietre intagliate, tegole, ferramenta, laterizi e quant'altro potesse essere venduto, realizzata nell'Ottocento dai duchi D'Agraz, ultimi proprietari del castello. Le parti vendute di esso furono utilizzate in altre costruzioni.

Finita la nostra sosta al castello ci incamminiamo verso il centro del paese, discendendo lungo la via Dante. Subito incontriamo una chiesetta dedicata a San Nicola di Bari, costruita contemporaneamente al primo nucleo di case di Caste di Lucia. Particolare curioso, anche se poco apprezzabile, è che le campane di questa chiesa sono state realizzate con la fusione di due campane che appartenevano ad altre chiese oggi inesistenti.

 Giunti ancora nella piccola piazza Margherita imbocchiamo la via San Carlo, strada che prende il nome dall'omonima chiesa. E' questa forse una delle vie più caratteristiche del paese, stretta come le altre ma arricchita dai fregi in pietra nelle volte delle case. Percorrendola per intero - poco più di cento metri - si arriva davanti alla chiesa e, accanto, spostandosi solo qualche passo, si può godere di un panorama che scorre assieme al fiume Tusa tra le ultime pendici dei Nebrodi.

Pur essendo un paese di ridotte dimensioni, Costel di Lucio è molto ricco di chiese, edificate all'interno di quartieri che ne hanno assunto il nome e affidate alle rispettive confraternite. Per averne conferma è sufficiente ritornare indietro di qualche metro lungo la via San Carlo, svoltare a sinistra per ritrovarsi davanti l'Oratorio del SS. Sacramento, edificato nel XVI secolo, al cui interno sono apprezzabili gli affreschi del XVIII secolo e un crocifisso processionale del 1700.

Subito dietro l'Oratorio ci ritroviamo in via Vittorio Emanuele, a ridosso piazza Umberto. Percorriamo questa strada, tutta in salita, fino a raggiungere uno spiazzo: qui, a destra, si scorge subito la Chiesa di Santa Maria "Li raccumannati", sede nel 1700 della congregazione delle Figlie di Sant'Anna. La chiesa, anch'essa di modeste dimensioni, conserva una statua lignea del XV secolo, di autore ignoto, raffigurante San Sebastiano. L'opera proviene da una tra le più antiche chiese scomparse oramai definitivamente dell'antico borgo medievale. 

Alle due estremità del paese si trovano, invece, la Chiesa di Santa Lucia e la Chiesa di Sant'Antonio. La prima - la si incontra provenendo dalla strada provinciale i 76 da Mistretta - era un'antica chiesa rurale e al suo interno custodisce una statua lignea del XX secolo di Noè Marullo raffigurante la martire siracusana.

Chiesa di Santa Lucia

 La seconda, quella dedicata a Sant'Antonio di Padova, si trova nella parte opposta del paese, la si raggiunge dall'omonima via, alcune centinaia di metri a nord dalla Chiesa Madre, La leggenda, o forse la storia, vuole che una famiglia nobiliare castelluccese fece edificare la chiesa là dove il Santo si fermò nel corso di un suo passaggio a Castel di Lucio. Se ciò sia realmente accaduto o meno poco importa, di certo è che la chiesetta di Sant'Antonio esiste dal 1300. il suo interno porta la "firma" dell'ebanista castelluccese Nicolò Campo, che ha realizzato un magnifico altare in legno contenente un'antichissima statua ligneo del Santo. Soddisfatti della nostra camminata, concludiamo qui il nostro primo itinerario a Castel di Lucio.